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Becco di Valsoera - via Nel corso del tempo

 

BECCO DI VALSOERA - Via NEL CORSO DEL TEMPO
Di: Claudio PICCO e Piero MARTINA

STORIA DI UNA SALITA AL LIMITE DELLE POSSIBILIRA' PER UN ALPINISTA CLASSICO

Presi dall’entusiasmo della salita di “Festival” (vedi relazione dello stesso autore), Claudio per la settimana successiva (sabato 28 luglio 2007) mi propone di andare al Valsoera a scalare “Nel corso del tempo”. Su quella parete mi ero avventurato solo sulle vie classiche e mai avevo preso in considerazione le vie moderne. Sarà l’euforia dettata dall’allenamento settimanale al pannello di casa mia, oppure l’incoscienza dell’età che avanza (siamo ormai prossimi ai sessanta), fatto sta che dico Ok e che gli “Dei della montagna” mi assistano.
Appuntamento a casa sua alle cinque, alle sei e mezza siamo alla diga del Teleccio, un caffè al Pontese e, con la gamba un pò tirata  e dopo aver “ravanato” come due pirla sullo zoccolo, alle nove raggiungiamo l’attacco della via. Nel frattempo arrivano i fratelli Sartore e il Mecu, che partiti un’ora dopo da casa si apprestano a fare il “Diedro giallo” con attacco dalla “Mellano – Perego”.

quota base arrampicata: 2700 m
sviluppo arrampicata: 350 m
dislivello avvicinamento: 800 m
difficoltà: ED sup. 7a+ max-6b+ obbl.
esposizione arrampicata: O
località partenza: diga del Teleccio (Piemonte)
punti appoggio: rifugio Pontese

Uno sguardo alla parete e alla via, che conoscevo per essermi calato più volte in “doppia” e che avevo sempre giudicato fuori dalla mia portata, che si presenta con una sequenza di muri, placche e diedri impressionanti con una pietra di straordinaria bellezza, oserei dire da mozzafiato e mi prende lo sconforto. Claudio, che mi conosce molto bene, mi riprende con un amichevole rimbrotto (si fa per dire).
Parte Claudio e lo seguo armato di staffa e di “Mago chiamasi anche Truffaldino ovvero Giapponese (questo termine è stato coniato dal mio amico Pierluigi Perona che sostiene che l’attrezzo e come i giapponesi che negli anni ’80 e ’90 andavano dappertutto)” in altri termini si tratta di rinvio rigido lungo 50 cm circa. Mai come in questo caso i due strumenti sono risultati inutili. Ad ogni modo me la cavo tirando opportunamente i due chiodi del 7a+ di placca e mi faccio da primo il 2° tiro – un bel 6b+.
In Valsoera ho sempre preso delle botte di freddo che ti fa rizzare il pelo e devi metterti il paradenti per evitare pericolose vibrazioni, stranamente quella mattina la temperatura era “agreable” e si stava veramente bene.
Sapevo che la chiave della via si trovava al terzo tiro, ma non avrei immaginato fosse così duro. Un 6c+ di una continuità schifosa, è talmente bastardo che non lo puoi rubare, ma Claudio lo scala in modo pulito e senza tentennamenti, anzi collega anche il 4° tiro (6b) che lo porta su un masso tavolare su cui potresti organizzare un “pic-nic”. Vi lascio immaginare i versi che ho dovuto fare per salire da secondo, con vani tentativi di usare mago e staffa. Mentre salgo, mi appendo, sbuffo imploro Claudio di recuperare, il pensiero più assillante è: “c..... ma se qui siamo sul 6c+ i tiri sopra di 7a e oltre come saranno?”. In qualche modo arrivo alla sosta ma sono praticamente “ghisato”. Nella fessura tra la parete e il masso tavolare ci trovi di tutto, si vedono discensori e moschettoni e da ora in avanti anche un nostro rinvio. Mi ricordo che una volta con un corso regionale di “I.A.” siamo calati tutti da quella via organizzando una lunga serie di doppie. Io facevo da apri pista e quando sono arrivato su quel masso la corda era infilata nella fessura e si era imbrattata tutta di m.... Risparmio al lettore ciò che hanno dovuto sopportare quelli che mi seguivano e ovviamente le giaculatorie lanciate dal proprietario della corda stessa nel momento in cui l’ha infilata nello zaino. Se in quel momento avesse avuto tra le mani chi aveva fatto quel deposito, penso che gli avrebbe fatto del male.

Il 5° tiro (6c+) e il 6° tiro (7a+) li fa Claudio ma debbo francamente dire che “mungendo” un paio di chiodi non sono così orribili: due bei diedri in sequenza sul primo e una placca sormontata da un tetto il secondo che si supera molto più agevolmente spostandosi 1mt verso destra evitando in questo modo un difficile incastro di mano in fessura.
Mi appresto a fare il 7° tiro che si può, cosa che io ovviamente faccio, “bigiare in parte”, salendo per un diedro con due chiodi di “sturm und drang”, evitando in questo modo un duro passaggio di 7a. Preso dall’euforia dell’arrampicata mi infilo per una fessurina che solca un muro strapiombante che dovrebbe essere di 6a. Ovviamente non lo è perché sono clamorosamente fuori via. La via è almeno 10mt più a destra e io non so cosa fare: ho la gamba che incomincia a farsi “sifulina” (questo invece è un termine coniato da Ugo Manera) e trema in modo incontrollato, metto un nut (che resterà li ma riusciremo a recuperarlo in discesa), mi sposto con cautela verso destra, un pensiero all’angelo protettore, una scarica di adrenalina, un pò di strizza (è un eufemismo) e riesco a riportarmi sulla via, trovo lo “spit” (grande sospiro di sollievo) e finalmente arrivo in sosta.
Mentre sto assicurando il mio compagno sento arrivare una zaffata di fumo: non è possibile - penso – con quel tiro li sotto mi sono proprio bevuto il cervello. Guardo in basso e proprio sul masso tavolare da pic-nic ci sono tre ragazzi che salgono sulla nostra via e uno di questi, sdraiato come se fosse in spiaggia si sta fumando una sigaretta (poteva anche essere una canna). Da ex fumatore (ex da più di trent’anni) sono diventato intollerante e spesso mi trovo ad inveire con chi fuma nei locali chiusi e adesso mi tocca “porconare” anche in montagna con gente che si trova almeno 100mt più in basso. A raccontarla nessuno ci crede.
Con l’8° tiro (5a) senza particolari problemi arriviamo sulla grande cengia che si trova a due lunghezze dalla vetta della Torre staccata.
Ci aspettano due tiri di 6a/6b. A bocce ferme tanto 6a e poco 6b. Due tiri di rara bellezza, molto lunghi e di difficoltà continue in parte proteggibili ma chiodati con lunghi tratti obbligatori su punti abbastanza rognosi. Ma con quello che ho passato sotto mi sembra di essere diventato Larcher e mi faccio il 9° tiro e seguo Claudio sul 10° senza particolari problemi.
Neanche a farlo apposta in contemporanea arrivano i tre amici dal diedro giallo. Congratulazioni di rito e giù con le doppie. Interminabile la discesa del canale, birra veloce al Pontese e alle 7 alla macchina.

 

E’ certamente questa la via più difficile della mia carriera alpinistica ma ..... non sapevo ancora cosa mi sarebbe toccato la settimana dopo. Ma questa è tutta un’altra storia